Archivio per novembre 2010

25
nov
10

Quattro nomi sulla lista (2a parte)

(clicca qui per leggere la 1a parte)

Una donna di nome Elisa entra nel negozio “Alla fonte del ricambio di Farletti Giovanni”. Dopo un matrimonio di diciotto anni, una figlia adolescente ed un cane bastardo, un divorzio tutt’altro che pacifico ha lasciato Elisa con la figlia adolescente, il cane bastardo ed una casa, nient’altro; l’ex marito si è preso praticamente tutto il resto, ma solo di due cose Elisa sentiva la mancanza: l’LCD Sharp 42” e quelle teste di cazzo dei loro amici. È una storia delicata, quella degli amici; Elisa si è detta che avrebbero dovuto inserire la voce amici nel contratto prematrimoniale, del tipo che va frequentata una certa percentuale di amici di entrambi, che ne so, massimo 70 e 30%, in modo che dopo il divorzio uno si può riprendere almeno il suo 30%; e poi gli amici acquisiti durante il matrimonio andrebbero divisi fifty fifty. Invece per diciotto anni Elisa ha frequentato gli amici del suo ex marito, gli amici degli amici del suo ex marito e gli innumerevoli parenti diretti e indiretti del suo ex marito.

Passi per gli amici, ma Elisa non ha nessuna intenzione di rinunciare dall’oggi al domani a guardare Grey’s Anatomy sul suo LCD Sharp 42”. Cazzo, proprio no!

Nel negozio “Alla fonte del ricambio di Farletti Giovanni” lavorano tre persone. Giovanni, il proprietario, è un baffuto signore sulla cinquantina, celibe, che sfoga la frustrazione settimanale nella partita di calcetto del mercoledì ed ogni anno, a marzo, chiude il negozio per tre settimane e vola a Cuba a spendere a puttane tutto ciò che le sue finanze e le sue difficoltà erettili gli consentono.

Marta è la commessa del negozio ormai da dodici anni; quando ha cominciato era una ragazzina bassa, graziosa e vitale, aveva un fidanzato decente e diversi spasimanti, sognava di mettere da parte qualcosa per trasferirsi a Roma e aprire un giorno un salone di bellezza. Dopo dodici anni Marta è ancora bassa, ma gli aggettivi graziosa e vitale le si addicono meno che ad una caffettiera. Difficile stabilire quanto una caffettiera possa essere graziosa e vitale, ma sette anni fa, quando il fidanzato la mollò, usò proprio questo paragone: “Sei spenta, sei moscia, non abbiamo più niente in comune. E poi non hai nemmeno tette; a cosa serve una donna senza tette? Non sei una donna, sei una caffettiera”; la reazione di Marta fu tutta in qualche lacrima trattenuta e in un docile “Non andartene, ti prego!”. Ma lui se ne andò lo stesso e nel giro di pochi mesi lei cominciò ad andare a letto con Giovanni, nei limiti di ciò che le sue difficoltà erettili gli consentivano; la relazione è durata un annetto ed è stata la pala con la quale Marta ha cominciato a scavare dopo che già aveva toccato il fondo; adesso Marta ha rinunciato all’amore, al sesso, alle diete ed al salone di bellezza, pesa novanta chili, vive sola in un bilocale con cinque gatti di sei razze diverse.

Il terzo impiegato è Marco, il nipote di Giovanni. Marco non percepisce uno stipendio, lo zio gli paga una percentuale sugli elettrodomestici che riesce a vendere e sugli interventi a domicilio da antennista; tra la sua pessima, pessima attitudine al commercio, la sua aria da fattone e la sua convinzione di soffrire di vertigini, a fine mese ciò che glie ne viene in tasca è meno del necessario a coprire i debiti accumulati in trenta giorni col suo spacciatore.

“Il mio ex marito si è preso il mio LCD Sharp 42” perché dice che gli serve per guardare l’Inter. Io odio l’Inter, odio il calcio, odio il mio ex marito e voglio un televisore nuovo, identico a quello che avevo”

“Signora, con calma … Cosa ha detto che le serve? Un abbonamento Sky per guardare l’Inter?”. Purtroppo per Elisa, Marco si è appena fumato una canna con prolunga di fumo pachistano.

“Voglio che crepi l’Inter! No, voglio un televisore, un LCD Sharp 42” identico a quello che avevo”

“E che modello aveva?”

“Glie l’ho appena detto, un LCD Sharp”

“Quanti pollici?”

“42”

“Spiacente signora, qui trattiamo solo LG, Samsung e Panasonic; non abbiamo Sharp”

“E perché diavolo mi ha chiesto quanti pollici allora?”

“Quanti pollici di che?”

Elisa ci rinuncia ed esce dal negozio terribilmente indispettita, tanto che non si accorge dell’uomo che è fermo subito fuori e si imbatte in lui con una debole spallata; prosegue, non chiede scusa, non si gira neppure. Neanche l’uomo si gira a cercare le scuse della donna; è sovrappensiero.

“Adesso inizia il difficile” dice a se stesso Francesco, in piedi all’ingresso del negozio. A pensarci bene, in effetti, un conto è fingere di incontrare casualmente un vecchio amico, noto per sapere tutto di tutti in paese, ed estrapolargli, senza che neppure se ne accorga, il nome di qualcuno che ha contatti con uno spacciatore; ben altra cosa è il resto del piano. Tuttavia il prossimo passo non è affatto complicato, si tratta solo di procurarsi un altro nome, ma nella sua testa ci sono già tutti i passi successivi e di qui in poi, pensa, qualunque cosa potrebbe andare storta; non deve succedere.

La spallata della donna distrae Francesco dai pensieri nei quali si era assopito. Fa un respiro profondo ed entra nel negozio.

19
nov
10

Quattro nomi sulla lista (1a parte)

Francesco entra nel bar e ordina un cappuccino, poi si gira e saluta un conoscente, un certo Carlo, un tipo che nella vita fuma sigarette e dice di non credere nell’amore. Quelli che dicono di non credere nell’amore generalmente sono tizi che ci credevano eccome, anzi, ci credono ancora ma hanno sofferto per colpa sua talmente tanto che masticano rabbia e sputano rancore; quelli che davvero possono permettersi di decidere se credere nell’amore o meno sono quelli che non ne hanno mai avuto esperienza, gente che difficilmente ti dirà “io non ci credo”, il più delle volte scrolleranno le spalle e con un’espressione di indifferenza pronunceranno una frase fatta scarsamente azzeccata; tipo “donne e motori sono gioie e dolori”; roba del genere.

Carlo ricambia il saluto, finisce il suo caffè e si avvicina a Francesco, che intanto sta scuotendo la bustina dello zucchero perché questo è il suo passatempo preferito quando è in un bar e aspetta che gli facciano un cappuccino; una volta in Svizzera è entrato in un bar che aveva lo zucchero nelle zuccheriere, niente bustine; ha borbottato “putain de Suisse” ed è uscito senza ordinare nulla; si trovava nella Svizzera tedesca, comunque.

Allora Carlo da una pacca sulla spalla a Francesco e gli fa “Come va?”

Francesco sorride, porge la mano e gli risponde “Com’è?”

Nessuno dei due risponde alla domanda dell’altro. Quando chiedi come va, come stai, e via di scorrendo, in realtà non stai domandando nulla, al massimo ciò che davvero intendi è “ciao”.

Com’è? Come vuoi che sia!

“Quando sei tornato giù?” si sbilancia Carlo sperando di non sbagliare nel ricordare che Francesco vive a Bologna ormai da anni.

“L’altro ieri”

“Lavoro o famiglia?”

“Entrambi” risponde Francesco, pensando che la risposta più precisa richiederebbe che specificasse: “due appuntamenti d’affari ed un funerale”; poi sfila la Gazzetta dal tavolo di fianco senza chiederne il permesso, ricambia l’occhiataccia del tipo al quale l’ha sottratta e rianima la conversazione con quelle domande di due parole tipiche di due persone che un tempo si conoscevano ed ora non hanno un cazzo da spartire: “E Renato?”, “E Betty?”, “E Silvia?”.

“Mi ha mollato, Silvia. Sette anni insieme, poi una mattina si sveglia, si fa la doccia, si mette l’accappatoio e senza nemmeno lasciarmi il tempo di intingere il savoiardo nel caffè …”

“E’ così che fai colazione? Con un savoiardo nel caffè?”

“Sì, mi tira su. Dicevo che lei così, dal niente, mi dice che non mi ama più, si gira, si chiude in camera da letto e non ne esce fino a quando io non ho rinunciato a gridare e chiedere un perché. Ora non credo più nell’amore”

Francesco annuisce cercando di apparire dispiaciuto ma non compassionevole; non ci riesce ed a Carlo appare per nulla dispiaciuto e pieno di compassione. Quando Carlo gli chiede come vada la sua di vita sentimentale, Francesco scrolla le spalle e con un’espressione di indifferenza pronuncia una frase fatta scarsamente azzeccata.

Poi ricominciano le domande di due parole, fino a quando Carlo non racconta a Francesco la storia di Marco.

“Marco chi? Marco il carrozziere?” chiede Francesco.

“Che cazzo c’entra Marco il carrozziere? Che storia dovrei avere da raccontare su Marco il carrozziere?”

“La storia di quando la moglie lo ha finalmente cacciato di casa dopo essersi fatta schiavizzare e trattare da reietto per vent’anni. Lui ormai frequentava l’amante senza nemmeno nascondersi più di tanto; un giorno la moglie lo ha sentito che era sul balcone e parlava con lei, si scambiavano porcate e lui le diceva ‘dimmi che sono il tuo carrozziere’; al che dopo anni di silenziosa sottomissione lei ha dato di matto e gli ha spaccato un piatto di ceramica in testa”

“No, non Marco il carrozziere, Marco il fratello di Anna. Te li ricordi Marco e Anna?”

“Mi ricordo il sedere di Anna”

Per farla breve Marco è stato beccato dai poliziotti con uno 0,2 di erba in tasca. Succede così: una volante gli inchioda davanti prima che possa uscire da un incrocio e ne vengono fuori tre sbirri; uno blocca il traffico, l’altro rimane al volante, il terzo tira fuori Marco dalla sua auto, gli ha piega il braccio dietro la schiena e gli sbatte la faccia sul cofano, poi lo perquisisce, trova la roba e lo fa salire di forza sulla volante. Insomma, una scena degna dell’arresto di un capo mafioso siciliano. Peccato che Marco non è un capo mafioso siciliano, è uno che si è fatto beccare con uno 0,2 in tasca, per la seconda volta. La prima volta lo avevano preso fuori da un locale alla fine di un concerto; il commissario gli aveva chiesto “Ma scusa, eri appena uscito dal concerto, non potevi fumartela prima ‘sta canna?” e lui “Commissà, quella prima l’avevo già fumata, questa era per il ritorno sulla superstrada!”

Il bello di quando tre sbirri incazzati ti fermano come in una scena di un poliziesco americano e ti portano in commissariato per averti trovato 0,2 di erba in tasca è che, di fatto, dopo tutto sto casino non possono farti proprio un cazzo. Così stavolta il commissario aveva provato un mezzo interrogatorio, cavandone molti “non lo so” e qualche “se lo dice lei deve essere così”, poi i tre poliziotti avevano arrotondato a 0,4 sul verbale giusto per non fare la figura dei coglioni più del necessario e Marco se l’era cavata con un seconda segnalazione.

“E adesso dov’è?”

“Fa l’antennista. Non lavora un granché comunque: soffre di vertigini e si rifiuta di salire sui tetti”

Ancora quattro chiacchiere da bar, poi Francesco lascia il tavolo, saluta Carlo, paga per entrambi ed esce. Mentalmente depenna una voce dalla lista di nomi che gli servono per chiudere questa faccenda:

L’aggancio: Marco Ferletti.

16
nov
10

Le terme

Marco si aggirava pensieroso, lo sguardo fisso a terra e la mente concentrata nel tentativo di ricostruire i fatti della notte precedente. Nel suo ascetico isolamento mentale aveva perso completamente percezione dell’ambiente circostante e camminava per inerzia in uno spazio che conosceva tanto bene da non aver bisogno di guardare.

L’unica sensazione che avvertiva era la nettissima escursione termica tra un ambiente e l’altro: varcata una soglia la temperatura e l’aria cambiavano all’improvviso come se si trattasse delle stanze di un complesso termale romano tardo-imperiale. Per un attimo a Marco balenò in testa anche l’idea che da un momento all’altro si sarebbe ritrovato nella navata di Santa Maria degli Angeli a Roma; poi immediatamente disse a se stesso che era un pensiero idiota: una casa di villeggiatura nella campagna pugliese non ha magici passaggi spazio-temporali che ti portano in Piazza della Repubblica nella capitale, e anche se li avesse, le terme, ormai, non c’entrano proprio un cazzo con la chiesa che vi sorge all’interno. Rimosse il pensiero e tornò a concentrarsi sulla sua indagine mnemonica.

(Veranda – Caldarium)

“Dunque, eravamo in piazza, e c’erano ancora tutti; fin qui nessun dubbio. Poi Anita e Matteo si sono allontanati quando hanno incontrato quei loro amici che mi stanno sul cazzo, ma poi sono tornati? No. No, aspetta, sono tornati; è Enrico che non c’era più quando siamo andati al parcheggio. Sarà rientrato a casa presto come al solito. E io? Stavo parlando con quel rompiscatole, quel mio vecchio compagno di classe; per scrollarmelo di dosso sono entrato nel bar con una scusa”

Primo drink: Mojito.

“Poi sono uscito e il tipo era ancora là, allora ho chiamato Mary e ci siamo fatti una passeggiata in direzione opposta, sperando che si dileguasse; Mary però aveva voglia di un cocktail e siamo entrati in un altro bar”

Secondo drink: Mojito; il primo era decisamente migliore.

“Quando siamo tornati in piazza gli altri erano dispersi in gruppetti a parlare con gente che non conosco e di cui non mi frega una mazza. Mezzanotte e mezza e ancora nessuna idea di cosa farne di sta cazzo di serata. Mi stavo innervosendo e sono tornato nel primo bar. Ero solo o no? Non me lo ricordo”

Terzo drink: Mai Tai; nulla di eccezionale.

(Sala da pranzo – Tepidarium)

“A un certo punto siamo riusciti a decidere dove andare. Siamo nel parcheggio, salgo in macchina, Andrea guida per una ventina di minuti e ci sediamo in quel locale figo sotto la scalinata; non ricordo mai come si chiama. Mi pare che fossi seduto di fianco a Mary e Lucia, almeno all’inizio. Arriva la cameriera, ordino per primo”

Quarto drink: Cuba Libre.

“Cazzo, di qui inizia ad essere tutto annebbiato. Ricordo un’amica di Andrea, alta, capelli neri, un gran fisico; devo averci parlato per un po’. Poi c’era un’altra ragazza ma non riesco ad associarla a un volto, ricordo solo le sue scarpe nere tacco 12 argentato. Devo averle offerto un cocktail”

Quinto drink: Long Island; ottimo.

(Trullo – Frigidarium)

“E poi all’alba eravamo di nuovo al bar in piazza. Avevo sete …”

Sesto drink: Jack Daniel con ghiaccio.

“… e poi, poi … Come ci sono arrivato qui? Perché fa così freddo in questa stanza? Dove sono gli altri? Che ora è?”

Marco uscì di colpo dal suo raccoglimento riflessivo e lo spazio circostante prese forma. Solo allora si rese conto che il motivo per cui non percepiva quello spazio era che, di fatto, quello spazio non c’era più. Intorno a lui era tutto indistintamente bianco, tutto indistintamente inodore e impalpabile.

Anita e Matteo erano di fianco al suo letto quando le macchine dell’ospedale iniziarono a suonare. I medici accorsi dissero loro di uscire e dopo pochi minuti un’infermiera venne fuori nel corridoio a comunicare loro il decesso.

Erano stati i primi ad arrivare sul luogo dell’incidente, sei mesi prima, sulla strada extraurbana che portava a casa di Enrico. L’auto di Marco era accartocciata contro il muro di una residenza di campagna, con tre trulli ed una veranda. Enrico era dentro l’auto, sul sedile posteriore, aveva già smesso di vivere all’arrivo dei soccorsi. La ragazza seduta al posto del passeggero era irriconoscibile; una sua scarpa nera tacco 12 argentato era volata fuori dall’abitacolo insieme al corpo di Marco e ad un libro su Michelangelo che era in auto dalla mattina prima, quando il fratello lo aveva dimenticato uscendo per andare all’università.

Nella sua stanza d’ospedale Marco aveva passato sei mesi di coma, con il solo tepore proveniente dalla finestra di fianco a scandire il trascorrere del tempo: estate, autunno, inverno. Mary, Lucia ed Andrea non hanno mai smesso di andarlo a trovare.

Settimo drink: sangue, lamiera e vetri infranti.

15
nov
10

Ineluttabile

“Possiamo considerare lo stato attuale dell’universo come l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro”, Pierre Simon Laplace, Essai philosophique sur les probabilités.

Ineluttabile destino.

Ebbene sì, il Fato è una forza invincibile cui tutti dobbiamo sottostare, e se l’ha detto l’Oracolo di Delfi deve essere vero per forza.

Evoluzione e destino; le cose cambiano, si trasformano e sono destinate a tendere ad una configurazione finale che in fondo e già scritta, ma dove forse non arriveranno mai; darwinismo determinista, non positivista: il nuovo è diverso, non necessariamente migliore.

Pisciacontrovento si evolve perché era destino che succedesse, perché era destino che chi lo scrive cambiasse, perché era destino che mi rompessi le palle di vuote invettive contro il nulla.

I nuovi contenuti del blog saranno con ogni probabilità brevi racconti di varia ispirazione. Abbandonerò dunque le filippiche cariche di disprezzo verso ogni possibile categoria di esseri umani.

Si cambia.

Ciò che non cambia è il fine: continuerà a non esserci un fine. Non ho ambizioni letterarie, non mi interessa che ciò che scrivo piaccia a qualcuno e non mi interessa neppure che qualcuno lo legga; così era e così sarà. Scrivo per via di un morboso rapporto con la mia tastiera che fa sì che io non abbia altro modo di liberarmi del mio malessere se non lasciandolo fluire attraverso le mie dita sui suoi tasti, e se poi tutto ciò finisce su internet evidentemente sono anch’io una troia in cerca di attenzione, che ci volete fare, lo siamo tutti, proprio tutti.

A testimonianza delle mie buone intenzioni chiudo con una parentesi culturale inserendo il video di un cartone animato prodotto negli anni ’40 da Salvador Dalì e Walter Disney. E’ semplicemente magnifico.

Destino




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