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“Buongiorno”
“Giorno. Desidera?”
“Mio padre si lamenta perché dice che il televisore non funziona. Secondo me è solo un problema di antenna. Avreste un tecnico da mandare per dare un’occhiata?”
Marta alza solo ora lo sguardo dalla rivista scandalistica che stava leggendo e guarda Francesco negli occhi. Le viene in mente che sotto quegli occhiali rotondi quell’uomo sulla trentina che se ne sta in piedi davanti al bancone ha la stessa ombra nello sguardo che aveva suo padre dopo che la sua attività era fallita e, coperto di debiti, si era ridotto ad elemosinare un lavoro da lavascale nell’ufficio di avvocato di suo suocero.
“MARCO!”
“EHHHH?? Che c’è? Sono in pausa”
“Hai finito l’ultima pausa tre minuti fa. Vieni qui, c’è un cliente”
Marco entra dalla porta del magazzino che ancora non ha buttato fuori l’ultima boccata di fumo.
“Marco?”
“Eh? Ci conosciamo?”
“Sì, Marco. Sono Francesco, non ti ricordi? Andavo nella stessa scuola di tua sorella, ci siamo visti un sacco di volte nel locale di Filippo, quello in cui vi incontravate per suonare”
“Ah, minchia Frà, non ti stavo riconoscendo, scusa, oggi mi gira un po’ la testa”
“Eh, vedo”
“Che ci fai qui?”
“Ho un problema con l’antenna. Non sapevo lavorassi qui”
“Il posto è di mio zio. Oh, ma vieni in magazzino. Marta, se entra qualcuno fai tu, io sono di là a parlare con il cliente”
“Sei di là a non fare un cazzo! Vabbè, vai, tanto chi vuoi che entri”
Marco e Francesco entrano nel magazzino, uno stanzone freddo e buio pieno di scaffali metallici. Marco si muove rapidamente tra gli scaffali fino ad un angolino in cui ci sono due sgabelli; su uno dei due c’è un posacenere con una canna quasi intera, la prende, si siede, la riaccende, fa due tiri e poi la offre a Francesco, che intanto si è seduto sull’altro sgabello.
“Cazzo, mi hai fatto tornare in mente i bei tempi al locale di Filippo. Che sballo i tempi della scuola!”
Filippo, la cui unica certezza nella vita era la solidità del matrimonio dei suoi genitori, fino al giorno in cui vide l’auto del padre alle tre di notte accostare ad un marciapiede extraurbano e caricare un viados. Fu allora che Filippo mise su una rock band e affittò un monolocale nel centro storico in cui si esercitava sulla chitarra elettrica per otto ore al giorno; diceva che fare musica lo aiutava a non pensare a quanto la vita fosse una merda, poi un giorno si esibì con il gruppo ad un evento musicale ed il pubblico li fischiò dall’inizio alla fine. Filippo scese dal palco, andò in stazione e di lui non si seppe mai più nulla. Nessuno dei suoi amici ebbe mai neppure il tempo di fargli notare che il loro bassista aveva indossato una maglietta nera con la faccia di Mussolini e la scritta “viva il duce” ad un evento organizzato dalla sezione locale del partito di Rifondazione Comunista. Filippo non era uno che faceva caso alle cose.
“Suoni ancora?”
“Ho venduto la batteria un paio di anni fa, mi servivano i soldi. Comunque non ero più bravo come un tempo ormai; delle volte ero così fuori che non riuscivo neppure a tenere le bacchette tra le mani. E poi senza Filippo non c’era più nessuno che ci spronasse a fare sul serio, il più delle volte ci incontravamo per esercitarci e invece finivamo ubriachi a lanciarci in bicicletta dai corrimano delle scalinate. E’ così che mi sono spezzato questi tre denti”
“Merda!”
“Merda!”
“E Anna come sta?”
“Ha sposato un mormone muto. Litigava spesso con la suocera per via della religione perché lei non accettava che il figlio fosse sposato con una cattolica. Alla fine Anna era così stanca di discutere che si è convertita”
“Davvero? Si è convertita al mormonismo?”
“No, al mutismo. Non le parla più”
Francesco fa ancora un tiro e restituisce la canna a Marco.
“Roba buona eh?”
“Minchia! Dove la prendi?”
“C’è un tipo che ha i giri giusti alle case popolari ed è sempre fornito. Ti serve qualcosa finché sei qui?”
“In effetti sì… Ma non proprio roba così… Sì, insomma, ce l’ha la…”
“La coca? Ce l’ha, ce l’ha. Non immagini quanta gente pippa di questi tempi in paese”
“Come si chiama il tipo?”
“Riccardo. Lo chiamano Joker. Te lo devo presentare io però, altrimenti non si fida. Ti ci porto domani se vuoi”
“Ecco, perfetto. Anzi, dammi il tuo numero di telefono così ti posso chiamare anche per sta cosa dell’antenna”
“Che antenna?”
Mentre si augura che Marco non sia sempre così rincoglionito come lo è in questo momento, Francesco può aprire la sua lista mentale dei quattro nomi e cancellare un’altra voce:
Lo spacciatore: Riccardo “Joker”.

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