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Riccardo Sulmino, detto “Joker”, è un ragazzo di appena vent’anni e vive in paese da tre, da quando si è trasferito con la madre a casa dei nonni. Nella grande città era solo un moccioso che passava le giornate in strada, mentre il sole rovente si abbatteva sulla desolazione assoluta degli enormi spazi vuoti intorno alle case popolari, e scimmiottava il modo di parlare dei ragazzi più grandi, quelli con la canottiera, i tatuaggi, il medaglione d’oro che poi non era d’oro ed il cappellino girato al contrario; quelli che iniziavano la giornata con in tasca una bustina di plastica e la finivano con la bustina vuota e la tasca piena di soldi, quasi tutti destinati a qualcun’altro, qualcuno di più importante. Il soprannome “Joker” glie lo avevano dato loro dopo che il cuginetto di Riccardo, giocando con il cassetto degli attrezzi, aveva preso in mano la pinzatrice e gli aveva spillato le guancie con due punti vicino alla bocca, lasciandogli un segno simile al sorriso di Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton. Strani i bambini!
Il padre di Riccardo, Michele, aveva una focacceria che all’inizio non andava neppure tanto male. Col tempo però Michele cominciò a sfornare sempre meno focacce ed a chiudere sempre un po’ prima; negli ultimi tempi non faceva neanche più caso ai clienti, li serviva distrattamente e con sgarbo e guardava in continuazione l’orologio, poi, non appena l’ultimo pezzo di focaccia era stato venduto, chiudeva il negozio in fretta e furia, metteva in tasca l’incasso e correva a giocarselo a carte in una bisca clandestina. Il più delle volte ce lo rimetteva tutto, l’incasso, se non anche qualcosa di più. Sua moglie lo lasciò il giorno in cui lo vide tornare a casa a piedi perché si era giocato anche la macchina.
“Avevo doppia coppia di donne e dieci! Cosa avrei dovuto fare?”
“Full!” rispose la moglie mentre faceva le valige per se e per Riccardo per tornarsene a casa dei suoi.
Giunto in paese Riccardo si trovò a fare i conti con una realtà troppo diversa da quella alla quale era abituato. Avrebbe potuto adattarsi, smettere di essere il moccioso che sogna di essere come quelli che sognano di essere qualcuno, invece decise di assecondare lo stereotipo del ragazzo di strada che viene dalla periferia della grande città. Fu così che il giorno in cui il preside della sua nuova scuola lo convocò nel suo ufficio per parlare della sua pessima condotta e delle sue innumerevoli assenze, lui gli puntò un coltellino alla gola e gli disse:
“A Joker non frega un cazzo di questa scuola di merda”
Fu espulso ma non fu mai denunciato e a scuola non ci mise mai più piede.
Marco mette in moto senza aspettare che Francesco si sia allacciato la cintura, esce dal parcheggio e gira a destra al primo incrocio.
“Pare non ci sia bisogno che tu venga a casa, il televisore adesso funziona bene, almeno così sembra. Evidentemente non si trattava dell’antenna”
“Quale antenna? Ah, sì. Ok”
Al fondo della discesa Marco gira a sinistra, poi prosegue dritto, supera il passaggio a livello e giunge alla rotatoria. Francesco vede la lunghissima coda di auto che intasano l’incrocio e pensa che lì un tempo la rotatoria non c’era, adesso c’è e l’ingorgo del traffico è esattamente lo stesso. Urbanisti del comune di merda!
“Così ora tiri coca eh? Si dice che a Bologna sei diventato un uomo d’affari importante. Cos’è, hai cominciato a pippare per non sentirti escluso in mezzo ai pezzi grossi?”
“E’ un ambiente strano, dove conta soprattutto l’apparenza. E’ un ambiente dove devi spendere soldi per fare soldi”
“Fai attenzione con quella roba comunque, occhio a non andarci sotto!”
Finalmente i due riescono a girare a sinistra ma il traffico è un inferno anche sulla strada che dalla stazione porta alla statale extraurbana che scende fino al mare. Marco imbocca la strada secondaria a sinistra e poi svolta a destra e si ferma nel grande spazio vuoto alle spalle della nuova chiesa alla periferia del paese.
Joker è lì che li aspetta, all’ombra, poggiato contro un muro; guarda a destra, poi a sinistra, e si infila nella macchina di Marco.
“Bella Joker, lui è Francesco, lo conosco, vai tranquillo non è uno sbirro”
“Piacere, Francesco”
“Joker. Marco metti in moto, fai la circonvallazione e vai verso la piazza del mercato; ho un amico che mi aspetta lì”
I tre sono di nuovo sulla strada di prima, il traffico è sempre peggio. La curva a metà della salita che porta alla villetta della vecchia chiesa di Sant’Antonio è il punto più critico: il negozio di ferramenta che c’è in quel punto, o meglio quello che era partito come un negozio di ferramenta, ormai da anni vende fiori, abbigliamento estivo, ombrelloni, tavoli e qualunque altra cosa possa passare per la testa di comprare a chiunque in qualunque momento. L’effetto è che gli oggetti in vendita hanno progressivamente occupato prima il marciapiede, poi la banchina ed ora mezza carreggiata; le auto sono costrette a passare una alla volta e per di più pochi metri più in là c’è un incrocio pericoloso; gli ingorghi e le liti tra automobilisti sono all’ordine del giorno. Un anno fa la figlia del proprietario del negozio si è sposata. Matrimonio in grande stile, dalla cerimonia all’abito al ricevimento al viaggio di nozze: tutto fastosissimo, pacchianissimo e costosissimo. Il padre della sposa ha speso una valanga di soldi per rendere felice sua figlia nel giorno più importante della sua vita. La ragazza ha divorziato dopo soltanto due mesi ed è andata via dal paese con grande dolore del padre. Karma!
“Ce li avete i soldi?”
“50 euro più i 100 che ti dovevo. Sono nel bracciolo-portaoggetti, ci sono anche i suoi 150, prendili”
“Perfetto, lascio la roba qui. Se vuoi dare un’occhiata infilati un attimo in una strada più tranquilla”
“Non c’è bisogno, mi fido. E si fida anche lui, vero Frà?”
Francesco si limita ad annuire. In realtà che in quella bustina ci sia la quantità pattuita gli interessa relativamente poco: non fa un grande uso di cocaina, non più quanto meno. C’è stato un tempo in cui quella quantità gli sarebbe durata due giorni, adesso gli andrebbe bene per due settimane, anche di più; probabilmente non la finirà neppure tutta, meglio non rischiare di tenere in casa del padre roba del genere. Il motivo per cui si trova in questa macchina, in questo momento, è capire chi è questo Joker e come si muove, la bustina è del tutto secondaria.
Squilla il cellulare di Joker. Lo tira fuori e controlla il numero; non risponde: richiamerà lui in un secondo momento, probabilmente da una cabina telefonica. Mentre Joker lo rimette in tasca, Francesco pensa che la rubrica di quel cellulare è una lunga lista di nomi e numeri; a lui i numeri non interessano, gli serve uno di quei nomi, soltanto uno.

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