12
dic
10

Quattro nomi sulla lista (6a parte)

(clicca qui per leggere la 1a parte)

(clicca qui per leggere la 2a parte)

(clicca qui per leggere la 3a parte)

(clicca qui per leggere la 4a parte)

(clicca qui per leggere la 5a parte)

La voce elettronica all’interno del vagone dice “Pescara, stazione di Pescara” mentre il treno rallenta. Francesco è già di fronte alla porta e, non appena si apre, scende in tutta fretta e si dirige verso il parcheggio della stazione.

Il controllore del treno è passato due volte; alla prima, subito dopo la fermata di Foggia, ha confermato la prenotazione del posto che Francesco aveva fatto tramite internet e gli ha stampato una ricevuta: tutto risulta sul sistema informatico di Trenitalia, nessuno potrà dire che Francesco non ha preso quel treno in direzione Bologna.

La sua macchina è nel parcheggio da giorni, da quando ce l’ha lasciata dopo essere arrivato a Pescara in autostrada, salvo poi tornare immediatamente a Bologna con un treno senza prenotazione per poi ripartire nuovamente, sempre in treno, in direzione Puglia. Probabilmente nessuno andrà mai a controllare tutte queste informazioni sui suoi movimenti, ma, a guardare i film, è la scarsa attenzione a questi piccoli particolari che fa sì che la polizia ti incastri.

Francesco carica la valigia nel bagagliaio, sale in auto e mette in moto. Sono le due di notte, le strade di Pescara sono deserte, in dieci minuti sta già per imboccare l’autostrada.

Quella del trasferimento di Francesco Marchi a Bologna è una storia triste, una storia di morte, dolore, amore ed ossessione; soprattutto ossessione, a dire la verità: l’amore, a ben pensarci, forse c’entra poco.

Quando Francesco aveva tredici anni sua madre, Chiara, morì di incidente stradale, un mercoledì a targhe pari durante una settimana di circolazione a targhe alterne, dopo aver perso il controllo dell’auto per colpa di una brusca frenata sull’asfalto bagnato causata dalla manovra azzardata dell’unica auto a targa dispari in circolazione, quella con la quale il signor Rossi stava precipitosamente accompagnando sua moglie partoriente in ospedale. I coniugi Rossi non si resero conto di aver tagliato la strada a qualcuno e neppure seppero mai dell’incidente e di esserne stati i responsabili, eppure, per puro caso, quella notte diedero alla loro primogenita il nome Chiara.

La morte di Chiara lasciò Francesco e suo padre, Ugo Marchi, devastati da un dolore troppo grande e troppo personale da poter essere condiviso; e infatti non lo condivisero mai. Passata la fase più immediata del lutto, per un po’ provarono a tornare ad una qualche parvenza di normalità, ma si parlavano a malapena e, col tempo, divennero due estranei che dividevano lo stesso tetto: mangiavano ad orari diversi, non si scambiavano mai una parola, neppure un saluto, non si guardavano neppure in faccia. Non se lo dissero mai, ma implicitamente e secondo qualche astruso meccanismo mentale si erano dati l’un l’altro la colpa per la morte di Chiara. Sembrava si contendessero il primato di chi stesse soffrendo di più la sua morte, e nessuno era in vantaggio.

L’uscita dell’autostrada segnala Chieti a due chilometri. “Che posto di merda” pensa Francesco mentre rivive nella sua mente l’odio che in quegli anni era arrivato a nutrire nei confronti di suo padre.

A diciassette anni Francesco si innamorò di Ester, una ragazza della sua stessa età che cominciò a frequentare il gruppo di Francesco quando di quel gruppo faceva parte una sua amica, Rebecca, una che portava sempre le scarpe coi tacchi perché quelle basse non riusciva ad allacciarle. Quando Francesco si dichiarò, Ester gli disse che sarebbero potuti essere soltanto amici perché lei portava fedeltà ad un ragazzo di cui era follemente innamorata. Si trattava di un ragazzo di Bologna conosciuto durante una vacanza studio in Inghilterra anni prima; il loro era soprattutto un rapporto epistolare, ravvivato di tanto in tanto da lunghe telefonate e brevi incontri durante l’estate, quando lui andava in villeggiatura al mare in Salento, ma Ester contava che avrebbero potuto finalmente stare insieme quando lei si sarebbe trasferita a Bologna per studiare giurisprudenza.

Francesco soffrì per quel rifiuto come se sua madre fosse morta una seconda volta. Finse di aver dato poca importanza alla cosa e restò in rapporti di amicizia con Ester, ma in realtà fu per lei, solo per lei che un giorno decise di mollare la scuola, dalla quale comunque non otteneva grandi risultati, e andare via dal paese. Si trasferì nel capoluogo emiliano dove fu assunto in una industria alimentare. Raccontò a tutti di essere stato contattato da quell’impresa dopo aver mandato il curriculum ad una agenzia di collocamento, ma in realtà si era messo in cerca di lavoro con il solo intento di andare lì, a Bologna, dove un giorno sarebbe venuta anche lei.

Quel giorno arrivò. Ester si trasferì e la sua storia con il ragazzo bolognese giunse rapidamente al capolinea quando si rese conto che lui non era certo rimasto ad aspettarla, anzi, aveva avuto più di una storia in passato ed ora frequentava stabilmente una ragazza  modenese più alta, più bella e più solare di Ester e che soprattutto, rispetto a lei, non aveva fatto voto di “conservare la propria virtù” (così diceva Ester) finché non fosse giunto il momento perfetto.

Come Francesco aveva sperato, il cuore di Ester era in pezzi e lui era lì a raccoglierne i cocci. Una sera, dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino di troppo, Ester e Francesco guardavano un film malinconico. Mentre fissava le immagini dentro lo schermo, nella mente di Ester la storia della protagonista si mischiò con la sua, il vino si mischiò con le lacrime versate, il ragazzo che le era accanto si mischiò con quello che un tempo le aveva detto di amarla ed il momento della tristezza si mischiò con la sua idea di momento perfetto. Si buttò tra le braccia di Francesco e disse fanculo alle sue stupide convinzioni, fanculo alle sua stupida prudenza, fanculo alla sua stupida verginità.

La mattina dopo Francesco svegliò Ester lanciandole i suoi vestiti in faccia e le disse:

“Cosa ci fai ancora nel mio letto? Vestiti e vattene!”

Ester andò via piangendo e i due non si parlarono mai più.

Mi sbagliavo: è una storia di ossessione e risentimento, l’amore non c’entra proprio nulla.

Francesco ha appena superato l’uscita per Vasto e vede la segnalazione di un Autogrill a cinquecento metri. Non è il caso di fermarsi: il tempo e poco e gli le stazioni di servizio sono piene di telecamere; se dovesse esserci anche una possibilità su un miliardo che la ripresa di una di quelle telecamere possa mandare in fumo il suo alibi, è pur sempre meglio evitare anche quella singola probabilità. Se poi teniamo conto della legge di Murphy…

A ventitré anni Francesco si licenziò dal posto di lavoro per aprire una sua attività. La sua nuova ossessione erano i soldi ed il successo. “Devi spendere soldi per fare soldi” diceva spesso, ed è una regola in cui credeva davvero, perché la applicò alla lettera. Spese soldi, un sacco di soldi, soldi che non aveva e che un giorno avrebbe dovuto restituire ad una banca. Fece soldi, un sacco di soldi; per i primi anni il ritmo con il quale faceva soldi teneva testa a quello con il quale li spendeva. Poi però bastarono un paio di investimenti sbagliati, l’essersi fidato di un paio di persone di cui non avrebbe dovuto fidarsi, e all’improvviso i soldi fatti si rivelarono molti di meno dei soldi spesi. Troppi di meno. Ottocento mila euro di meno.

Adesso quegli ottocentomila euro gli servono; in fretta.

Una settimana fa Francesco era in un bar ed un tipo, un cero Carlo, gli ha chiesto se fosse tornato in Puglia per lavoro o per famiglia. Francesco ha risposto “entrambi”, ma la risposta più precisa sarebbe stata “due appuntamenti d’affari ed un funerale”. Il primo appuntamento d’affari lo aveva avuto proprio qualche ora prima di entrare in quel bar, quando era andato all’agenzia di assicurazioni del padre a controllare lo stato della polizza sulla vita del signor Ugo Marchi. Si tratta di una polizza che Ugo aprì poche settimane dopo la morte di sua moglie, come a voler ricostruire una piccola stanza di certezza nel mondo che gli era crollato addosso. Dopo i 65 anni quella polizza darebbe a Ugo una mensilità utile ad arrotondare consistentemente la pensione, ma se lui dovesse morire ora… beh, in  quel caso il premio sfiorerebbe il milione di euro, una cifra che, come verificato nel corso di quel primo appuntamento d’affari, andrebbe all’unico beneficiario: Francesco Marchi.


0 Risposte a “Quattro nomi sulla lista (6a parte)”



  1. Lascia un commento

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.