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Dentro la busta c’è una lettera; è scritta a mano.
Caro Francesco,
se stai leggendo questa lettera vuol dire che sono morto, e sei stato tu ad uccidermi, lo so.
Io non sono stato il padre che avrei dovuto essere e tu non sei diventato l’uomo che tua madre avrebbe voluto diventassi, di questo ero consapevole, ma fino a qualche giorno fa non avrei mai immaginato che saresti arrivato a tanto.
Ho saputo dei tuoi gravi debiti perché c’è ancora il mio nome come referente sul primo conto in banca che hai aperto quando ti sei trasferito; una settimana dopo esserne venuto al corrente ti sei presentato qui, senza preavviso e senza una spiegazione. Non tornavi a casa da quattro anni, non hai pensato che mi sarei insospettito? Ho trovato la pistola nascosta nella tua valigia, ti ho visto andare alla mia assicurazione; non so di preciso come hai in mente di cavartela, ma so che mi ucciderai per riscuotere la mia polizza.
Ti starai chiedendo perché non ho provato a fermarti se sapevo cosa avevi intenzione di fare. La verità è che questa era la mia ultima opportunità di fare il padre, l’ultima possibilità per provare ad educarti, insegnarti ad essere un uomo.
Per prima cosa ti voglio dire che non ti odio. Non ti ho mai odiato, anzi, ti ho sempre voluto bene. Non è perché ti odiassi che non sono più riuscito a comunicare con te dopo la morte di Chiara, o perché vederti mi facesse pensare a lei; il motivo è che non sapevo come fare perché tu eri diventato un’altra persona, una persona che mi faceva paura.
Francesco, la morte di tua madre ti ha rotto. Ti ha cambiato. Non so come dirlo in altre parole ma ti ha letteralmente rotto, come una macchina che non funziona più e nessuno sa come aggiustare. Puoi sembrare normale dall’esterno ma io ho vissuto con te quel momento e ti ho guardato dentro. E ci ho visto il buio assoluto. Sei diventato incapace di amare, ossessionato da cose che non hanno a che vedere con la vita vera; io non ho saputo fare qualcosa per tempo ed ora non posso che sperare che tu capisca queste mie parole e provi a guarire, ad aggiustarti da solo.
Un genitore deve saper dare una lezione al proprio figlio. Può sembrare cattiveria a volte, ma è una lezione mossa sempre dall’amore, mai dall’odio.
Io ho il cancro, Francesco. Me lo hanno diagnosticato tre mesi fa; è al cervello e non è operabile. Se tu non mi avessi ucciso avresti dovuto aspettare probabilmente non più di un paio di mesi che sopraggiungesse la mia morte naturale. Invece quei soldi dell’assicurazione non li avrai mai.
Sono andato all’assicurazione e ho liquidato la mia polizza. Ho venduto la casa; l’acquirente ha acconsentito di lasciarmi vivere lì i miei ultimi mesi in cambio di un grosso sconto sul suo valore effettivo. Inoltre ho ritirato tutti i soldi che avevo sul mio conto in banca. Ho dato tutto ad una fondazione per la cura dei tossicodipendenti.
Non è rimasto niente, Francesco, neanche un centesimo.
Come ti dicevo questa è la mia ultima possibilità di fare il padre ed insegnarti ad essere un uomo. Paga le conseguenze dei tuoi debiti; accetta la galera se questa sarà l’unica alternativa, passa con dignità i tuoi anni in prigione e quando ne esci ricomincia da zero; torna in paese, questa è casa tua; trova un lavoro onesto e fallo con dedizione; apri il tuo cuore alle persone, fatti una famiglia e prenditene cura. Sii uomo.
E se ti riesce, non odiarmi.
Addio Francesco.
Con affetto,
papà
C’è una lacrima sul viso di Francesco. Stavolta non sta fingendo.

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