Tiro fuori il cellulare dalla tasca e guardo l’ora. 18.26: sono uscito dall’ufficio un’ora e mezza fa!
Stupida pioggia ininterrotta che sta mandando in tilt la città; stupida settimana di merda; stupida cassiera del supermercato che conta le monete una ad una impiegando un sacco di tempo e lasciandomi qui in questa stupida coda a rimuginare su questa stupida settimana di merda.
In dipartimento le cose non vanno affatto bene: a quanto pare i tagli previsti dal ministero per il prossimo semestre saranno confermati e le borse di dottorato si ridurranno sensibilmente. Strano modo di fare: hanno investito tempo e risorse per formare una generazione cui ora voltano le spalle e negano un futuro. Laura dice che da noi verranno confermate al massimo tre persone, ed ha anche il coraggio di dirlo con la voce preoccupata di chi teme di non essere tra quelle tre; proprio lei che è la pupilla del dottor Masilli. Io mi sto spaccando la schiena ma non vedo risultati; questa maledetta settimana non ho ottenuto altro che insuccessi, l’anno prossimo non avrò un lavoro ed anche la mia partecipazione a quel progetto in Corea che sembrava cosa fatta ormai è saltata di sicuro perché c’è qualche problema burocratico che non può essere risolto. E questa stupida fila alla cassa ancora non si muove.
Quello che mi precede è un uomo sulla cinquantina, robusto, con una pancia vistosa ed i capelli grigi. Mi colpisce il suo naso grosso e rotondo; sembra quello di mio nonno. Ha un pessimo odore e questo di certo non allevia la mia insofferenza per le code, ma d’altronde con questa umidità pazzesca che non lascia tregua tutti quanti in città non hanno fatto altro che sudare tutto il giorno, anche solo stando fermi: sicuramente neanche io profumo di fiori di campo!
L’uomo estrae la roba dal sacchetto e la posa sul rullo della cassa. Fisso il mio cesto e penso che finalmente è quasi il mio turno, poi uscirò, arriverò a casa e potrò lasciarmi alle spalle questa maledetta settimana.
Sento un rumore ed alzo lo sguardo mentre l’uomo davanti a me ritrae il braccio dalla alta pila dei cesti della spesa; sembra che gli sia caduto qualcosa. Facendo un passo avanti do’ un’occhiata rapida ma non vedo il fondo del cesto in alto. L’uomo è straniero, probabilmente dell’est Europa, mi dice qualcosa del tipo “no arrivo” e allora penso che magari per qualche motivo non può alzare il braccio e non riesce a prendere ciò che gli è caduto nel cesto. Guardo meglio e ci trovo un pezzo di speck confezionato.
Glie lo porgo; lui lo prende e lo lascia sul tavolino di fianco alla cassa, non sul rullo.
“No arrivo” ripete l’uomo mostrandomi un paio di banconote di piccolo taglio che tiene in mano: non mi stava dicendo che lo speck gli è caduto e non riusciva a prenderlo, mi stava dicendo che non può permetterselo con i soldi che ha.
Penso che è un mondo triste quello in cui un uomo deve rinunciare a qualcosa di essenziale perché non può permettersi neppure il necessario.
Mentre la cassiera passa al lettore laser i suoi acquisti noto ciò che è stato per lui tanto indispensabile da costringerlo a rinunciare allo speck: quattro lattine grandi di birra.
Per un attimo non sono più triste per lui e penso che se l’è cercata.
Poso la mia roba sul rullo, metto mano al portafogli per prendere la carta di credito su cui ancora, dopo sette anni che vivo fuori casa, la maggior parte dei soldi versati non sono miei ma di mio padre, e penso. Penso che magari quell’uomo non se l’è cercata; penso che dal suo sguardo di rassegnazione nel mostrarmi i 10 euro che non bastano per quattro birre ed un pezzo di speck mi è sembrato un uomo buono; penso che dal suo modo di rivolgersi alla cassiera mi è sembrato un uomo gentile; penso che magari la birra è più importante dello speck per lui perché è un uomo solo e lontano da casa; penso che magari è in Italia perché ha provato a prendere in mano la sua vita e rischiare di partire per ottenere qualcosa di meglio per se e per la sua famiglia ma gli è andata male e si è ritrovato solo e povero, e lontano da casa; oppure penso che magari invece nel suo paese di origine ha avuto tutte le possibilità che ho avuto io, tutto il supporto dei genitori che ho avuto io, tutto l’impegno che ho avuto io, ma lo stesso ad un certo punto della sua vita si è ritrovato ad essere soltanto uno straniero schiavo dell’alcool e con null’altro che 10 euro in tasca. Penso che la gente fallisce, spesso senza avere colpe, semplicemente da il meglio di sé ma fallisce lo stesso e si ritrova nella posizione in cui mai avrebbe immaginato di trovarsi. Penso che possa succedere a chiunque.
Mentre ritiro la carta di credito dalle mani della cassiera e prendo la busta in cui c’è la mia spesa, giro lo sguardo verso l’uscita e per un attimo rivedo il viso di quell’uomo dietro le porte scorrevoli di vetro, prima che si volti e sparisca per sempre nel grigiore di questo giorno piovoso. E’ strano, ma ora che ci faccio caso, i suoi occhi sembrano identici ai miei.

Peccato che scrivi così di rado su questo blog…
è un piacere leggerti…
e questa volta mi risparmio l’analisi sofisticata e ricercata che la scorsa volta era volutamente
suscettibile di critica e ironia….
con quale nome e su che post hai commentato l’altra volta?
cmq grazie. scrivo di rado perchè scrivere è più che altro uno sfogo per quando sento la necessità di esprimermi. non lo faccio pensando che c’è qualcuno che legge.