Ci svegliamo non prima delle nove.
Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo l’amore, ma ogni gesto ha il retrogusto amaro di un imminente lungo addio ed allo stesso tempo il fascino immenso del vivere ogni momento fino in fondo perché è un momento vissuto, ancora per un po’, insieme.
La mattinata scorre velocemente, o forse molto lentamente, o forse a momenti addirittura si blocca: non lo so, adesso che scrivo a qualche giorno di distanza stento a ricordarlo.
Ciò che ricordo sono tanti passi messi in fila sotto il sole battente mentre andiamo a fare il biglietto del pullman per l’aeroporto della capitale e la preoccupazione costante di non perdere mai la sua mano, o il suo abbraccio.
Ciò che ricordo sono immagini sfocate del centro della città e del mercato con mille souvenir; immagini sfocate, perché in primo piano c’è il suo viso ed è su quello che la mia vista mette a fuoco.
E poi un ristorante, una sala particolare e caratteristica, una cameriera impacciata, una birra, un piatto di cibi piccanti, un altro piatto questa volta di carne e formaggi, un dolce, l’hotel, le valige, il taxi, la stazione dei pullman, la cassa del bancomat, il controllo dei bagagli, lei che passa il metal detector dopo l’ultimo di una serie infinita di abbracci, la voce che chiama la partenza, le che mi saluta, lei che si gira e mi saluta una seconda volta, una terza, una quarta, un’ultima volta prima di sparire dietro i vetri scuri dell’autobus.
E poi una sala d’attesa vuota ed un pullman in retromarcia annebbiati da due lacrimoni che proprio non vogliono saperne di stare al loro posto.
Apnea.

Ho letto i tuoi racconti, e li ho trovati semplicemente magnifici. Non so che effetto possano avere i complimenti di uno sconosciuto, te li porgo lo stesso, in quanto sinceri e sentiti.
Continua così.