Ieri durante la lezione del professor Tibera ho passato tutto il tempo a guardarla. Domenico se n’è accorto.
“Ma va. Stavo guardando nella sua direzione solo adesso, per caso. Ero un attimo sovrappensiero”
“Un attimo sovrappensiero un cazzo! Guarda i tuoi appunti: avrai scritto due righe in tre ore. A cosa stavi pensando? Stavi riformulando la teoria della relatività?”
Ultimamente gli è presa la fissa della fisica e delle teorie complesse sul funzionamento dell’universo. L’altro giorno ha provato a dimostrare con una palla ed un righello che lo spazio fisico in cui viviamo non si concilia affatto con la geometria euclidea. Si è perso dopo due passaggi.
“Miki, il tuo problema è che non hai il coraggio di buttarti”
“E’ una vita che cerco il coraggio di buttarmi!”
Da un palazzo. E’ una vita che cerco il coraggio di buttarmi da un palazzo! Così è come avrei voluto formulare la frase; ho evitato quell’ultima parte perché Domenico diventa insopportabile quando parlo così: mi fa una predica infinita sul fatto che sono un pessimista, mi piango addosso e non so reagire. E comunque in realtà non è proprio una questione di coraggio. Quando sei lì sul cornicione e senti in faccia il vento forte che da queste parti si sente solo in cima ad un palazzo di otto piani, non è il coraggio che ti viene a mancare e che ti impedisce di buttarti. Non serve neppure, il coraggio, perché non c’è la paura. Quello che ti frega è il dubbio. E’ quando inizi a pensare che magari il momento in cui le cose cominceranno ad avere un senso sta per arrivare; allora ti persuadi all’idea che sarebbe stupido aver sopportato ‘sta vita del cazzo per ventidue anni solo per poi andarsene un attimo prima che smetta di fare schifo. Così scendi dal cornicione, ti risiedi alla scrivania e aspetti, aspetti ed aspetti. E intanto non cambia un cazzo e tutto continua a non avere senso.
Adesso lei è al bancone del bar con lo scontrino in mano e cerca in vano di farsi notare dalla barista.
Faccio il mio scontrino alla cassa e mi avvicino al bancone. La barista mi nota subito e mi chiede cosa prendo.
“No, c’era prima la ragazza”
Lei si avvicina a me per porgere lo scontrino alla barista e ordina un caffè macchiato.
“Grazie” dice girandosi verso di me.
“Ti ho vista disperata e bisognosa di un caffè, non potevo rubarti il posto”
Sorride. Ha un bellissimo sorriso.
“E tu cosa prendi?” mi chiede la barista. Ci metto un attimo a mettere a fuoco la domanda: per un istante mi ero dimenticato del bancone, della barista, dello scontrino e della folla di studenti e professori che sgomitano per riuscire ad ordinare il caffè col quale iniziare la giornata. C’era solo lei.
“Un cappuccino ….” la barista si gira “… ed un crafen”.
“Mi sa che il crafen non l’ha sentito” mi dice lei.
“Mi sa di no” le rispondo.
La barista si gira di nuovo e le porge il caffè. Io ne approfitto per ripetere “ed un crafen” e stavolta mi sente; ne prende uno dalla vetrina e me lo da.
“Mmmh” commenta lei storcendo il naso guardando quel concentrato di zucchero, crema e pastella fritta, “non ha l’aria di essere ipocalorico!”
“Scherzi? E’ tutta salute. Come la reggi una giornata qua dentro senza una botta di calorie?”
“Già. A me però non piace. La mia brioche è il croissant alla marmellata”
“Old fashion!”
Sorride ancora.
“Comunque piacere, io mi chiamo Michele”
Le tendo la mano e mi trema la voce al pensiero che dopo due mesi che sospiro guardandola seduta tre file più in là ogni martedì mattina ed ogni venerdì pomeriggio, finalmente sto per scoprire che il suo nome è…
“Luna”
“Luna?”
“Luna!”
“Ma che nome è? Perché i tuoi ti hanno chiamata così?”
“Boh, volevano essere originarli”
“Anche guidare il volante con i piedi è una cosa originale, ma ciò non vuol dire che sia una buona idea”
Ride. Mi piace vederla ridere. Sembra che tutto abbia un senso quando lei ride. E mi piace ancora di più averla fatta ridere, sapere che quella risata è in parte merito mio, che se per un attimo tutto avrà senso sarà stato in parte per merito mio.
“Dai, a me piace…”
“No, scherzavo, è un bel nome. Insolito, ma un bel nome”
Vedo nei suoi occhi che l’ha preso come un complimento, e le ha fatto piacere. E’ una bella sensazione.
“A che anno sei?”
“Terzo. Sbaglio o sei al terzo anche tu? Credo di averti vista al corso di Tibera”
Credo? Da dove salta fuori questa nonchalance? Non “credo” affatto, ne sono più che convinto!
“Sì, sì, ho Tibera. Allora siamo nello stesso corso. Ma di laboratorio hai Massi?”
“No, ho la Pallisa”
“Ah, ok, quindi sei nell’altro gruppo”
“Già”
La conversazione ristagna. Prendo un sorso dalla tazza di cappuccino. Dì qualcosa Miki, qualcosa di sensato, però. Non lasciar cadere un silenzio imbarazzante o lei finirà il suo caffè, ti dirà ciao ed andrà via, ed il momento migliore della giornata (ma che dico della giornata, dell’intero mese) sarà durato meno di un minuto.
“Sei di qui o vieni da fuori?”
“No sono fuori sede. Vivo in un appartamento con la mia coinquilina siciliana ed il nostro pastore tedesco”
“Spero almeno che i sermoni ve li traduca in italiano…”
Ride.
Odio sorprendere me stesso a dare peso alle teorie assurde di Domenico sulle donne. Il test della battuta idiota ha come presupposto due teorie: quella dei sette secondi e quella dell’umorismo.
La teoria dei sette secondi prende il nome dal tempo che intercorre tra il momento in cui una donna conosce un uomo ed il momento in cui decide se ci andrà mai a letto o meno, sette secondi per l’appunto. “Dopo sette secondi lei ha già deciso e non c’è niente che tu possa fare per farle cambiare idea. Forse solo farla ubriacare, ma non è detto che funzioni”.
Secondo la teoria dell’umorismo, invece, le donne non hanno assolutamente il benché minimo senso dell’umorismo. “Zero. Le donne ridono ai pettegolezzi, sorridono ai complimenti, ridono di gusto di fronte alle scene imbarazzanti altrui, ma sono totalmente incapaci di comprendere la satira, l’ironia, il sarcasmo ed ogni altra forma di reale umorismo. Come mai allora ridono? Semplice, hanno imparato il tempismo. Capiscono dal nostro tono che ci aspettiamo che ridano e, se hanno interesse, ci accontentano”.
A corollario di queste due teorie nasce il test della battuta idiota. “Se hai appena conosciuto una tipa e vuoi capire se avrai mai qualche chance di portarla a letto, è molto semplice: fai una battuta totalmente idiota. Se ride le possibilità sono due: o ci sta, oppure è stupida”.
Sarà che a furia di ascoltare le sue cazzate sto iniziando a credere alle teorie di Domenico, ma ho l’impressione di piacerle. E poi, onestamente, la battuta del pastore tedesco è veramente idiota.
Ok Miki, è il momento di chiederle il numero di telefono. Trova un pretesto. Un pretesto decente, però, non fare figure di merda.
“LUNA”
Una voce che proviene dall’ingresso del bar la sta chiamando.
“Luna, vieni, andiamo in aula a prendere i posti”
“Arrivo. Scusa, vado, sono le mie compagne… Allora ci vediamo a lezione di Tibera. Ciao Michele!”
“Ciao”
Si gira e se ne va. All’improvviso il bancone esiste di nuovo, la barista esiste di nuovo, la folla al bar esiste di nuovo ed io sono in piedi da solo a fissare le ultime gocce di cappuccino rimaste nella tazza. Il suo sorriso non c’è più e tutto ha ricominciato a non avere un senso.
In fondo Domenico ha ragione: il mio problema è che non ho il coraggio di buttarmi. Oggi, dopo lezione, appena arrivo a casa salgo sul cornicione e mi butto.
Deciso!
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