Archivio per la categoria 'La vita in differita'

20
set
08

Southern Newly Weds part 3

NELLE PUNTATE PRECEDENTI DI SOUTHERN NEWLY WEDS

Lo sposo è uno smidollato senza prospettive e l’inizio del suo giorno delle nozze rispecchia la sua personalità: fa schifo.

La sposa è un cesso di donna che ha ottenuto il massimo del punteggio al “test di Pisciacontrovento per scoprire se sei una persona insopportabile” ma, essendo oggi il giorno del suo matrimonio, tutti intorno a lei fanno finta che non sia così e la riempiono di attenzioni.

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PARTE 3 – LA CELEBRAZIONE

Abbiamo lasciato lo sposo all’ingresso della chiesa ad aspettare la sua dolce metà (che poi, fatta la proporzione di stazza, sarebbe più che altro la sua amara tre quarti). La sposa invece è in viaggio sulla lussuosa auto a noleggio addobbata di fiocchi bianchi e palloncini; tuttavia se la famiglia della sposa è sufficientemente radicata nell’ambiente rurale da ritenere che quanto più l’arrivo della promessa sposa è appariscente, tanto maggiore sarà l’ammirazione di amici e parenti, allora è molto probabile che l’auto lussuosa addobbata come un albero di Natale non sia sufficiente e si renda necessario un cambio a metà percorso: giù dall’auto per salire sulla carrozza con tanto di conducente curiosamente abbigliato. C’è un termine che esprime questo modo di mettersi in mostra con un eccessiva vistosità, si chiama “cafoneria” (in dialetto però usiamo termini come “yut” o “masser” o “ma trmind a chieda scandrtascet, a l’art di masser!”).

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Finalmente la sposa giunge al luogo della celebrazione. Garbatamente il padre la aiuta a scendere dal veicolo, non perché il padre sia un tipo garbato, ma perché la teatralità dell’evento impone che si continui a farsi attendere il più possibile. E in effetti all’interno la chiesa è gremita di gente che ne ha le palle piene come cocomeri di aspettare e tutti sono intenti a sventagliarsi con mezzi di fortuna per trovare refrigerio, mentre fuori uno dei cavalli della carrozza piscia una secchiata d’acqua grossa come lo scarico del cesso di casa mia (se va bene, perché se va male il cavallo potrebbe avere altro da espellere!) ma purtroppo non è abbastanza vicino da colpire lo strascico dell’abito nuziale. Lo sposo ed il prete attendono l’arrivo della sposa, segue il tradizionale momento in cui lo sposo le solleva il velo e saluta con un bacio lei ed il suocero; segue il tradizionale momento in cui lo sposo si rende conto che sta per rovinarsi la vita e vorrebbe scappare o spararsi, ma lo shock ancora forte di aver visto l’orrida faccia della sua consorte lo ha rintontito e lo tiene in uno stato di rassegnazione mista ad inconsapevolezza.

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La celebrazione si svolge serenamente: è un rituale che la nostra terra vive da secoli ed i ruoli ed i momenti che lo caratterizzano sono così rodati da ripetersi identici in ogni chiesa, in ogni messa, in ogni città. Certo, a volte qualcosa di particolare capita, tipo che lo sposo sia analfabeta e non sappia recitare le formule, o che la sposa inciampi sul vestito e cada, o addirittura che io veda uno degli invitati correre verso la sagrestia tenendosi una mano sul culo per poi scoprire che non solo ha cagato nel corridoio perché non ha trovato il bagno, ma che addirittura non era neppure un invitato, ma il più delle volte si tratta semplicemente di un susseguirsi di: pregheiere – letture – invocazioni – vangelo – solita predica del prete (ogni prete ha la sua predica preparata che recita identica ad ogni matrimonio) costernata di battute di spirito e di riferimenti allo Spirito – rito degli anelli – comunione – benedizione.

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Il momento più significativo è il rito degli anelli. Il paggetto dovrebbe porgere il guanciale con gli anelli al prete, ma è troppo impegnato a scaccolarsi come se fosse un cow boy dell’Ottocento nella corsa all’oro, per cui il più delle volte il prete deve arrangiarsi. Anche quando il paggetto fa il suo dovere ho la sensazione che il suo ruolo nella celebrazione sia un po’ la metafora del ruolo dello sposo all’interno del matrimonio: entra in scena quando c’è da porgere cose di valore alla famiglia e poi se ne torna in disparte a subire le decisioni della sposa.

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A questo punto gli sposi si trattengono sull’altare per alcune foto con i genitori e i testimoni, mentre tutti gli invitati si recano all’esterno e preparano l’artiglieria pesante. La tecnica di accogliere gli sposi all’uscita della chiesa si è infatti affinata nel corso degli anni; un tempo si trattava solo di gettare un po’ di riso in aria, poi sono giunti i palloncini ed i confetti, adesso si fanno scoppiare tubi di coriandoli e si liberano colombe nel cielo. Forse un domani ci saranno fuochi d’artificio, fontane danzanti, gare di paintball, esibizioni di pachidermi e giocolieri di strada. Chi lo sa, con la tendenza che ha la gente a diventare più idiota man mano che ci allontaniamo dal rinascimento, non lo escluderei.

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Usciti fuori dal tunnel di lanci di riso e di coriandoli i due individui che poche ore prima rappresentavano due palle al piede distinte di questo universo, sono ora una unica grande palla al piede, che oltre ad essere più pesante irrita anche la pelle dove le catene toccano il ginocchio. Una mezzoretta di gente che porge loro gli auguri (composta per più dell’80% da persone come mia nonna, che col matrimonio non c’entrano un cazzo ma hanno come hobby farsi i cazzi degli altri) ed eccoli pronti per una vita insieme, o quanto meno a stare insieme per il tempo necessario ad arrivare ad odiarsi reciprocamente con tutta la forza che hanno in corpo.

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Auguri!

11
lug
08

Southern Newly Weds part 2

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Lo sposo è uno smidollato senza prospettive e l’inizio del suo giorno delle nozze rispecchia la sua personalità: fa schifo.

PARTE 2 – A CASA DELLA SPOSA

Per trovare la casa dello sposo serve il Tom Tom Go. Per trovare la casa della sposa servono solo due occhi, anche se miopi va bene lo stesso. Perché se sei nei pressi della casa di una donna che sta per convogliare ad ingiuste nozze i segni sono lampanti nell’ambiente circostante: fiori al portone d’ingresso, fiocchi su tutte le auto, bambine vestite come la bomboniera della cresima di mia sorella che si inseguono lungo il marciapiede, casalinghe vecchie e meno vecchie ma pur sempre inguardabili vestite con improponibili camicie a fiori che ripercorrono la vita della promessa sposa come un necrologio, nastri colorati lungo la rampa delle scale e, ovviamente, tappeto rosso (ma molto scuro, perché sporco di 230 matrimoni).

Suoni al campanello e viene ad aprire una delle molte donne represse presenti, in genere una parente di cui non frega niente a nessuno, tipo la zia zitella. La casa è affollatissima, sul tavolo in salotto ci sono un grande vassoio di dolcetti e delle bevande, ma è tutto finito. Una voce maschile sovrasta tutte le altre tra il soggiorno e la cucina: è quella de “lo zio simpatico degli sposi”. Questo curioso personaggio è pressoché immancabile in ogni matrimonio del sud che si rispetti, a meno che gli sposi ed i loro genitori siano delle persone riservate con pochi parenti e pochi amici (ma questo contraddice il fatto che si tratti di un matrimonio del sud che si rispetti, quindi è un caso che non va in deroga alla norma). “Lo zio simpatico degli sposi” è un cinquantenne con i capelli lunghi (spesso col codino) e la camicia sbottonata a mostrare un petto orgogliosamente villoso ed una collanina d’oro con annesso crocifisso, è molto probabile che si tratti di un tarantino; il più delle volte ha un nome comune e rispettabile tipo “Franceso” ma non lo trova abbastanza giovanile e spiritoso per cui si fa chiamare con una americanizzazione che non saprebbe neppure scrivere correttamente, tipo “zio Frenky”; non è necessario che sia davvero uno zio dello sposo o della sposa, il rapporto di parentela può anche essere meno diretto. Zio Frenky ha 8 battute di numero e le riutilizza in continuazione riferendosi a familiari diversi e sempre tutti i presenti ridono di gusto perché lui è lo “zio divertente”.

Sono le 9, la sposa è in piedi dalle 5 e un quarto perché ha fatto doccia, shampoo, manicure, taglio, messa in piega, trucco e controtrucco. Ciò nonostante è ancora un cesso inguardabile. A sposarsi non è mai una donna attraente. MAI (a parte quella volta che la sposa era gran sventola rumena e lo sposo un cesso qualunque con un po’ di soldi).

“Ciao, sono Suellen. Mia madre mi ha chiamata così perché guardava sempre Dallas, non lo trovo affatto un nome stupido. Ho 35 anni e ne dimostro 40 e peso tre chili per ogni anno che ho. Oggi è il mio giorno, solo il mio, per questo mi comporto da stupida viziata e tratto male chiunque, soprattutto quella svampita di mia madre. La mia testimone è la zitella che lavora al terminale di fianco al mio al call center; ne sono molto contenta perché lei è un cesso peggio di me. La testimone di mio marito invece è sua sorella, la odio quella troietta, ha un vestito rosso attillato che mette in risalto quel suo fisico da ventenne in forma, brutta stronza, oggi è il mio giorno, devo essere io la più bella!! Ah, ecco, sono arrivati i fotografi, che bello, mi sento una star …”

I primi scatti (i primi mille di una serie interminabile) alla sposa si fanno nella camera da letto dei suoi (usanza che non è comune a tutte le zone d’Italia e che di fatti è razionale quanto spaccare un piatto per terra con un piede dicendo “musentof”), il più delle volte una grande stanza male illuminata con arredi di dubbio gusto alternati a tappeti pacchiani e tappezzata di immagini di santi e di parenti morti, un sacco di immagini, santini e ricordini dappertutto. Nessuno può entrare nella stanza perché la sposa non vuole essere distratta: teme di fare qualche smorfia involontaria e apparire come una scrofa nelle foto; non glie lo dico che non è possibile perché non esiste al mondo una scrofa brutta quanto lei. Solo la madre è autorizzata a stare fuori dalla porta in modo tale che se la sposa dovesse avere bisogno di qualcosa glie lo potrà far sapere urlando acidamente. A un certo punto si avvicina zio Frenky e lui lo fanno entrare: “la sposa è nervosa, falla ridere”. Inizia lo show di zio Frenky e la sposa ride mentre più lui parla più si accorcia l’età in cui mi verrà l’ulcera (adesso siamo intorno ai 30).

A questo punto, districandosi tra due ali di folla, ci si sposta nel soggiorno per altri scatti, tra cui quelli canonici che non possono (e sottolineo non possono) mancare, pena la decapitazione del fotografo e la maledizione della sua famiglia per le 8 generazioni a seguire:

1: la suocera che consegna il bouquet alla sposa. Il bouquet in realtà era a casa della sposa da tre giorni, ma è essenziale che le due donne si facciano immortalare in questo gesto che simboleggia il passaggio dei testicoli dello sposo dalla culla in cui li custodisce sua madre al muro su cui li appenderà sua moglie come trofeo. Un sorriso forzato, uno scambio di auguri finto come la stretta di mano di Raikkonen a Hamilton dopo che quell’inglese handicappato di merda lo ha tamponato ai box, e poi le due racchie possono tornare ad odiarsi e a maledirsi reciprocamente fino alla morte di una delle due (o più probabilmente fino al divorzio).
2: la sposa con la sua famiglia, ossia lei, quel cumulo di ossa tenuto insieme dalla sottomissione verso i figli di sua madre, quel cumulo di lardo tenuto insieme dai buchi extra alla cintura di suo padre, quello stupido coglione di suo fratello che è 3 anni fuori corso alla facoltà di agraria e sua sorella sposata accompagnata da marito e prole (generalmente due bambini: uno ancora infante che piange non appena c’è da fare la foto, l’altro di 3 anni che si mette le dita del naso e fa le smorfie quando gli dici “ridi”).
3: la sposa con la sua testimone, ossia un quadretto da incorniciare e mettere sul muro di fronte al letto di quelli che si vantano di essere “forti di stomaco”.
4: la sposa col paggetto, in genere il figlio della sorella di cui sopra, un bambino irritante e pestifero che non fa quello che gli dici nemmeno se gli stupri la madre davanti agli occhi. Perché, porco Ra, tra tutti i bambini tranquilli che ci sono ad un matrimonio il paggetto è sempre quello che se fossimo a Sparta all’epoca di 300 sarebbe stato buttato giù dalla rupe già da molti anni.

Sono le 11 ed è ora di recarsi in chiesa da quel fallito dello sposo. Tutti escono dalla casa prima della sposa, in modo tale che lei possa fare la sua uscita trionfale tra applausi e petali di rose accompagnata dal padre, a cui è già saltato un bottone della camicia, e dal paggetto, che però fa i capricci e se ne va per i cazzi suoi, il più delle volte a inseguire le bambine vestite da bomboniera con in mano i peli pubici di sua madre.

A questo punto i 100 chili della sposa, i 20 del suo abito matrimoniale, i 110 di suo padre e i 17 di quel figlio di puttana del paggetto vengono caricati, non senza difficoltà, a bordo di un’auto lussuosa che un corteo di rincoglioniti alla guida di auto qualunque scorterà fino in chiesa.

26
giu
08

Southern Newly Weds Part 1

Voglio condividere con quei poveri pazzi che ancora perdono il loro tempo a leggere questo blog la mia esperienza ormai quasi decennale nel settore dei matrimoni del Sud Italia. Non parlo dei matrimoni nel senso di “vita coniugale”, ma di “giorno delle nozze”. A questo punto potrei spiegare da cosa deriva la mia esperienza quasi decennale in quest’ambito, ma non lo farò perché ho il sospetto che i lettori di questo blog siano tutti miei conoscenti, quindi che ve lo spiego a fare.

Il racconto potrebbe dilungarsi per cui verrà diviso in parti. Una parte di me mi suggerisce di fare 3 cantiche da 33 canti l’una più uno di introduzione e chiudere ogni cantica con la parola “stelle”. Per fortuna tendo sempre ad ignorare la parte di me che vuole paragonarsi a Dante perché so benissimo che sotto un punto di vista, per quanto sia uno solo, non potrò mai essere alla sua altezza: io vesto molto peggio.

Non ho ancora deciso come sarà strutturata la narrazione, più che altro per il fatto che questo post è una cazzata. Penso che alternerò le voci di alcuni personaggi … boh, se iniziate a vedere cose strane smettete di leggere, ci guadagniamo tutti.

PARTE 1 – A CASA DELLO SPOSO

La casa dello sposo il giorno delle nozze è il luogo più triste del pianeta. Una volta ho fatto un’adozione a distanza fasulla perché volevo dare false speranze ad un bambino del Kuala Lumpur; al posto dei 30 € che gli servono per mangiare, studiare, bere e pulirsi il culo con qualcosa più delle foglie di cactus fino al resto dei suoi giorni (cioè fino all’anno prossimo), gli ho mandato un video uncensored della casa di uno sposo prima che egli vada in chiesa. Il bambino mi ha scritto una commovente lettera in un impeccabile inglese ringraziandomi e dicendo che ora si sente meno sfortunato ad aver visto la sua famiglia essere trucidata davanti ai suoi occhi. La cosa mi ha scioccato parecchio: gli avevo mandato un dvd, chi cazzo gli ha dato il lettore per guardarlo?

 

Dicevo, la casa dello sposo è un posto davvero triste. Se bussi al campanello viene ad aprire direttamente lo sposo, perché sembra che tutti in famiglia abbiano qualcosa di importante da fare a parte lui. Sono le 8.30 e lo sposo è in piedi dalle 7 perché è dovuto andare dal barbiere di buon ora e ciò nonostante ha fatto anche la fila. Sul tavolo c’è un grande vassoio di paste secche che nessuno mangerà e una fila di bevande che nessuno berrà, almeno non oggi. Il silenzio incombe sulla casa come un’entità tangibile e la sensazione che da un momento all’altro il condannato possa rendersi conto della cazzata che sta facendo e cambiare idea aleggia in ogni stanza. Gli unici presenti sono lo sposo e sua madre che però è impegnata a “farsi bella”; il padre dello sposo è ancora in bermuda e camicia a fiori che innaffia le piante di pomodori in giardino, il fratello è andato dal barbiere (e lui la fila non la farà) e la sorella (che generalmente e inspiegabilmente è un gran pezzo di gnocca) è andata dalla sposa. Se il pover’uomo è davvero fortunato la famiglia gli si avvicinerà 3 minuti per scattare una foto ricordo, ma tendenzialmente lo sposo è sempre, inesorabilmente, profondamente solo.

 

Lo sposo è sempre un rozzo ignorante trentenne dall’aspetto non ripugnante ma quantomeno non gradevole. Sua madre è una vecchia ciabatta, suo padre un rompipalle ciccione. Il più delle volte è vestito malissimo.

 

A questo punto la descrizione si biforca: o lo sposo è un arrogante spaccone che crede di essere simpatico solo perché quando esce in comitiva spesso interviene in discorsi seri inserendo oscenità in dialetto e quegli ubriaconi rincoglioniti dei suoi amici ridono, oppure è un timido smidollato che non ha mai fatto nulla di sua iniziativa ed è pronto a passare dall’essere la marionetta della madre ad esserlo di sua moglie. In entrambi i casi il fatto che sia vestito malissimo resta, seppur per ragioni culturali diverse.

Lo sposo passa le ore che lo separano dalla sbornia alla cerimonia nella tristezza più assoluta: è solo – perché a nessuno frega un cazzo di lui, è sconfortato – perché più che “lo sposo” si sente “quello che deve sposare la sposa”, è innervosito – perché a mettersi in posa per le fotografie si sente un coglione (e lo è, coglione, ma non perché si mette in posa), è confuso – perché la futura moglie gli ha impartito seimila ordini tassativi sul cosa fare, come farlo, quando farlo, il tutto senza mai dargli un perché, ed infine è deluso – perché i suoi amici gli hanno fatto un addio al celibato di 10 minuti con un aperitivo al bar e poi sono andati a troie senza di lui.

 

Alle 8.40 le foto allo sposo sono finite e lui esce di casa da solo. Fuori ad aspettarlo non c’è nessuno. La macchina è la sua vecchia punto e dovrà guidarla da solo fino alla chiesa, dove arriverà alle 9 ed aspetterà la sposa fino alle 11 (se va bene). Prima che vada via la madre gli urla rozzamente di fermarsi, lui si illude che lei voglia tenergli compagnia invece di andare a trovare la sposa, invece la vecchia ciabatta gli deve solo dare il fiore da mettere all’occhiello.

 

Che poi su quel vestito il fiore all’occhiello ci sta proprio di merda.




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